Niente di speciale

zen

di Charlotte Jocko Beck, Astrolabio Ubaldini, 1994

Dal dramma all’assenza di dramma

Nella pratica dello Zen passiamo da una vita di dramma, una sorta di soap opera, a una vita di assenza di dramma. Benché possiamo affermare il contrario, i nostri drammi personali ci piacciono, e molto. Perché? Perché, qualunque sia il dramma in atto, noi ne siamo al centro, esattamente lì dove vogliamo essere. Con la pratica prendiamo a poco a poco le distanze dal pensiero assillante di noi stessi. Quindi, passare da una vita drammatica a una vita sdrammatizzata, per quanto insipido possa sembrare, è appunto lo scopo dello Zen. Vediamo meglio questo processo.

All’inizio della seduta è bene prendere qualche lungo respiro, riempire d’aria l’addome, il torace e l’apice dei polmoni, e poi espirare lentamente. Fatelo due o tre volte. È un po’ artificiale ma utile per instaurare un certo equilibrio e una buona partenza per la seduta. Dopo di che, dimentichiamocene; non controlliamo più il respiro. Naturalmente non ci riusciremo completamente, ma controllare il respiro non serve. Invece di controllarlo lo sperimentiamo, il che è molto diverso. Non cerchiamo di rendere il respiro lungo, corto o regolare, come alcuni libri sembrano suggerire. Lasciamo invece che sia il respiro a condurre, lasciamo che sia il respiro a respirarci. Se il respiro è superficiale, lasciatelo superficiale. Quando diventiamo il respiro, il respiro si calma per conto suo. Il respiro rimane superficiale perché preferiamo restare nei pensieri invece di sperimentare profondamente la vita. Così facendo, tutto resta superficiale e controllato. Questo modo di essere è ben descritto dalle parole teso, tirato. Siamo attirati nella testa, nella gola e nelle spalle. Abbiamo paura, e anche il respiro resta teso, in superficie. Un respiro sceso in profondità, come tende a fare con anni di pratica, è il respiro di una mente che ha
lasciato andare le aspettative. Pian piano tutte le aspettative sono deposte, e il respiro rimane profondo. Non è uno stato che va raggiunto con lo sforzo. La pratica è semplicemente sperimentare il respiro così com’è.

C’è un’altra cosa: pensiamo che la nostra mente debba essere tranquilla. Molti libri affermano che diventare illuminati significa avere una mente tranquilla. È vero: se non abbiamo aspettative la mente si calma. Se invece le abbiamo, la mente è continuamente impegnata ad almanaccare su come ottenere tutte le cose meravigliose che vorremmo per noi, oppure come difenderci da tutte le cose orribili che non vogliamo. Così la mente è tutto salvo che tranquilla. Invece di costringere la mente a calmarsi, cosa possiamo fare? Possiamo essere consapevoli di quello che sta facendo. Ecco l’utilità di etichettare i pensieri. Invece di lasciarci sommergere dalle aspettative, incominciamo a vedere: “Toh, è la ventesima volta che mi auguro che questo dolore passi”. Al termine di una buona sesshin, possiamo contare attorno alle cinquecento volte il pensiero: “Mi telefonerà al ritorno dalla sesshin?”. Al che etichettiamo: “Speranza che mi telefoni alla fine della sesshin”. Dopo essercelo ripetuto cinquecento volte, cosa avviene? Lo vediamo per quello che è: una stupidaggine. La realtà è semplicemente che mi telefonerà o non mi telefonerà. Osservando per anni la mente, le aspettative lentamente decadono. Che cosa ci rimane? Mi rendo conto che può sembrare spaventoso: ci rimane semplicemente la vita così come è.

Molto utile è affrontare la pratica con un atteggiamento di indagine. Invece di giudicare la seduta buona o cattiva, qualcosa che va migliorato, indaghiamo semplicemente che cosa facciamo. Non ci sono Cedute buone o cattive, c’è solo consapevolezza o inconsapevolezza di ciò che avviene nella nostra vita. Più manteniamo la consapevolezza, più le domande esistenziali sono viste in una nuova luce. Non elaboriamo un nuovo punto di vista, ma un modo di vedere le cose completamente diverso. Mentre questo processo si sviluppa con il tempo, a poco a poco la mente si calma. Ma non del tutto, e ciò che si calma non è il pensiero. (Possiamo praticare da vent’anni, e avere ancora la mente invasa dai pensieri). Ciò che si calma è l’attaccamento ai Pensieri. Li vediamo sempre più come uno spettacolo, come bambini che giocano. (La mia mente pensa praticamente sempre. Se vuole, lasciamola pensare). È l’attaccamento ai pensieri che impedisce il samadhi. A patto di non attaccarci ai pensieri e di sperimentarli e basta, possiamo avere un’infinità di pensieri ed essere in samadhi profondo. È vero che, più sediamo, meno tendiamo a pensare, perché ci tormentiamo meno. Così la mente si calma effettivamente, ma non certo perché abbiamo deciso: “Devo calmare la mente”.

Sedendo, di tanto in tanto nascono intuizioni sulla nostra vita. Di per sé queste intuizioni non sono né buone né cattive, e dal punto di vista della pratica dello Zen non rivestono una particolare importanza. Benché siano a volte utili, lo zazen non è avere intuizioni. Se si producono, le notiamo: “Ah, ecco dunque quello che faccio. Interessante”. Ma anche le intuizioni sono solo roba che va e viene nella mente. Diventiamo scienziati che conducono un esperimento chiamato ‘la nostra vita’. L’io e i pensieri sono squadernati davanti a noi; guardiamo lo spettacolo con interesse, ma non lo vediamo più come il nostro dramma privato. Più sviluppiamo questa prospettiva, migliore sarà la nostra vita. Se ad esempio conducessimo un esperimento con il sale e lo zucchero, non diremmo: “Tremendo! Il sale e lo zucchero sono in lotta”. Non ci preoccupiamo di ciò che fanno il sale e lo zucchero, li guardiamo e ne osserviamo le interazioni. Al contrario, di solito ci preoccupiamo di ciò che fanno i nostri pensieri. Non li osserviamo con l’interesse oggettivo dello scienziato che vuole vedere che cosa avviene: “Mescolo questo con quest’altro… interessante. Adesso vario le proporzioni… interessante”. Uno scienziato si limita a osservare e prendere nota.
Quando la qualità del guardare, osservare e sperimentare la vita si rafforza, la realtà (che è poi consapevolezza) incontra l’irrealtà (il nostro piccolo dramma fatto di pensieri). Man mano che la luce illumina le tenebre, vediamo con maggiore chiarezza ciò che è reale e ciò che non lo è. Ma, portando più realtà (consapevolezza) nella vita, ciò che era buio e problematico sembra cambiare. Portando più consapevolezza nella vita, i drammi personali svaniscono. E non lo vogliamo. Amiamo il nostro dramma personale, vogliamo continuarlo. Ciascuno di noi ha la sua trama preferita, ad esempio: “Ho vissuto circostanze particolarmente avverse, la mia infanzia è stata terribile”. O: “Quel fatto mi ha distrutto la vita”. Sì, quei fatti sono accaduti e hanno prodotto il nostro condizionamento, ma, finché continueremo a credere che siano la realtà della vita, non si instaurerà una pratica genuina. Le nostre storie bloccano la pratica.

Se non c’è volontà di abbandonare le storie personali, né io né nessun altro potrà aiutarvi. A volte è la stessa sofferenza che apre quella piccola fessura attraverso cui la consapevolezza irrompe. Ma, finché non si è prodotto il varco, nessuno può far niente. Persone particolarmente ostinate si aggrappano alle proprie storie personali fino alla morte. A stento si possono definire vive. Una storia personale del tipo ‘sono una vittima’ è come uno sgabuzzino buio, e, se vogliamo chiuderci dentro con la porta sprangata, niente vi potrà entrare. Purtroppo, finché ci intestardiamo a star chiusi nello sgabuzzino (e un po’ lo facciamo tutti), nessuno vorrà entrare a stare con noi. Sinceramente, nessuno è così interessato al dramma di un altro. È il nostro che ci interessa. Magari ho voglia di sedermi nel mio sgabuzzino, ma non certo nel vostro.

Tutti abbiamo uno sgabuzzino privato che rappresenta il nostro dramma personale, e vogliamo chiuderci dentro in solitudine per sentirci al centro della commedia. È una disperazione interessante e, che ce ne rendiamo conto o no, ci piace. Ma se ci è capitato di aprire la porta e di lasciar entrare la luce, se abbiamo visto com’è avere un po’ di vera luce nel buio, non ci potremo più rimanere per sempre. Forse ci vorranno anni, ma alla fine spalancheremo la porta. Possiamo considerare le sesshin un modo per costringerci ad aprire la porta. Per questo una sesshin può essere molto sgradevole.

A un certo punto incominciamo a vedere che il problema non è quello che ci accade nella vita, perché ci accadrà sempre qualcosa e sarà sempre una mistura di cose che ci piacciono e cose che non d piacciono. Sarà sempre così. Ma più diventiamo scienziati, meno saremo imprigionati in quello che succede e più saremo capaci di osservare semplicemente. La capacità e la disponibilità a osservare aumenta con gli anni di pratica. All’inizio può essere minima, e il nostro compito è rafforzarla.

Alla fine non importa più come ci sentiamo. Non ha più importanza se ci sentiamo depressi, tesi, frammentati o felici. Il lavoro dello studente è guardare, sperimentare, essere consapevole. Prendiamo la depressione: se è sperimentata a fondo, cessa di essere depressione e diventa samadhi. Così per la tensione: sperimentandola a fondo la tensione cambia, e non ci preoccupiamo più di essere tesi. Il punto non è la situazione o la sensazione, il punto è la possibilità di sperimentare. Spesso crediamo di dover rivangare ‘materiali’ psicologici sommersi e lavorarci. Non è esattamente così. Dopo tutto, dove sarebbero nascosti? Non è esatto supporre che vi siano materiali al di sotto della coscienza che debbano farsi strada per emergere, anche se così ci sembra. Durante una sesshin possiamo diventare emotivi, tristi, disperati ma queste emozioni non sono misteri nascosti che appaiono all’improvviso. Sono ciò che siamo, e stiamo sperimentando ciò che siamo. Elaborare questi ‘materiali’ è un’altra forma di automiglioramento che non può funzionare. La pratica non è stare seduti di modo che i nostri materiali vengano a galla al fine di elaborarli e diventare migliori. La realtà è che siamo già perfetti. Non abbiamo bisogno di essere diversi.

Blocchiamo la consapevolezza con i sensi di colpa e gli ideali. Supponiamo che abbia detto a qualcuno: “Io non sono una buona insegnante, non riesco a rispondere perfettamente a ogni situazione”. Se mi attacco a questo pensiero, blocco qualunque possibilità di imparare. Sensi di colpa e ideali su come dovrei essere impediscono l’unica cosa che conti, la chiara consapevolezza: “Ho visto cos’è accaduto. Ho fatto un bel pasticcio. Cosa mi insegna?”. Oppure possiamo fare l’esempio di una cuoca preoccupata per il pranzo. Immaginiamo che il pranzo sia proprio bruciato. Non serve abbandonarsi ai lamenti: “Ho fatto bruciare tutto, povera me, che cosa penseranno gli ospiti?”. Cosa può fare? Vedere cosa resta nella dispensa e servirlo. Non è la fine del mondo se un pranzo brucia. Ma il senso di colpa blocca l’apprendimento.

L’unica cosa che conta è la consapevolezza di ciò che sta avvenendo. Se ci blocchiamo negli ideali e nei sensi di colpa, le decisioni diventano più difficili perché non ci accorgiamo di essere affondati nella preoccupazione: “Mi farà del bene? Che cosa accadrà? È davvero una buona mossa? In questo modo la mia vita diventerà più sicura, più bella, più perfetta?”. Ecco le domande sbagliate. Quali sono le domande giuste? E le decisioni giuste? Non si può conoscerle a priori, ma se riusciamo a non cadere nei sensi di colpa, negli ideali e nel perfezionismo che in genere accompagnano le nostre decisioni, a un certo punto le scopriremo. La pratica seduta serve a indurre questa chiarezza.

Le tecniche sono nello stesso tempo utili e limitate. Qualunque sia la tecnica che applichiamo alla pratica ci servirà per un certo periodo, finché non cominceremo a usarla in modo sbagliato, a farci trasportare via da essa e a sognare a occhi aperti. La validità di qualunque tecnica è l’intenzione. Dobbiamo avere l’intenzione di essere presenti, di essere consapevoli, di praticare. E nessuno la mantiene ininterrottamente: va e viene. In più, ci piacerebbe trovare un maestro che si fa carico di tutta la cosa per noi, vorremmo essere salvati e protetti. L’intenzione di praticare è la cosa più importante. Nessuna tecnica ci salverà, nessun maestro ci salverà, nessun centro di meditazione ci salverà. Niente ci salverà. Questo è il colpo più tremendo.
Trasformare la nostra vita di dramma in una vita priva di dramma, significa trasformare una vita in cui cerchiamo, soppesiamo, speriamo e sogniamo in una vita in cui si sperimenta tutto nel momento in cui appare, in questo momento. Il fattore chiave è la consapevolezza, sperimentare il dolore così com’è. Paradossalmente, questa è gioia. Non c’è altra gioia sulla terra.

 

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