Discorso del Dharma in occasione dell’Obon Festival – Giugno 2021

Il Bon festival (detto con maggior rispetto Obon) è la grande commemorazione dei defunti. Questa ricorrenza viene celebrata con preghiere, musica, cibo, etc.

La maniera in cui si commemorano i defunti influenza molto le considerazioni sulla vita. Nel Buddhismo Mahayana, quindi anche nello Zen, il modo di piangere i morti, i riti funerari, la cura che abbiamo per la loro commemorazione in generale, non implicano la credenza in un’anima che esisterà e sopravvivrà dopo la morte. Il Sutra del Cuore insegna che la nascita non è l’inizio e la morte non è la fine, non c’è nulla di sostanziale. Ci si concentra sul qui e ora perché qui e ora ci sono le cose che succedono, le cose che facciamo, le cose che leggiamo e che dobbiamo fare, semplicemente perché si tratta della nostra vita. Dedicarsi totalmente alle cose da fare qui e ora – perché è la nostra vita e quindi solo noi lo possiamo fare – ci permette di rispettare il funzionamento della vita, cioè l’armonia dell’universo che sta funzionando.

Commemorare i morti rende il proprio modo di vivere più profondo, dal momento che il confronto diretto con la morte fa riflettere sull’impermanenza della vita, permettendo quindi di strapparsi fuori dal torpore creato dall’illusione che la vita è impermanente, o che almeno una parte della propria esistenza è eterna. La fragilità della vita ci fa vivere più intensamente, con più consapevolezza, porta a prendersi più cura di se stessi e di tutti gli altri, di tutte le azioni, pensieri e parole.

La pandemia ha dato molte informazioni sul modo di vivere. Ha aperto altri modi di comunicare grazie alla tecnologia. La tecnologia si dimostra un vantaggio per quelli che sono geograficamente lontani o che sono impossibilitati a raggiungere il tempio. Per questo è sicuramente un abile mezzo che possiamo utilizzare per chi è geograficamente lontano ma non è una scusa per non venire al tempio. Il pericolo adesso è proprio quello di prendere queste soluzioni temporanee come fossero delle soluzioni permanenti. Questo per motivi diversi che hanno tutti radici nei tre veleni che creano illusioni, soprattutto quella di un ego fisso e quella del funzionamento egocentrico, che crea distanziamento e opposizione con il funzionamento profondo che sta funzionando. Cioè non facciamo più la cosa giusta da fare, pensando che il modo egocentrico (e quindi facile, comodo all’ego) sia la cosa giusta.

Per favore non cadete in questa trappola! La cosa giusta per vivere come Bodhisattva è prendere rifugio nei Tre Gioielli e quindi fare sì che il Sangha si riunisca fisicamente, di persona, per ricevere e dare fertilità a tutti i membri, per approfondire la propria saggezza, che viene utilizzata per contribuire al benessere di tutti gli esseri. Ciò permette di trovare la libertà di entrare nel funzionamento che sta funzionando, insomma la libertà di studiare il Sé oltre ogni dicotomia.

Questa libertà e saggezza non si realizzano con la pigrizia, con il praticare quando e come conviene.

Il Bodhisattva che siamo si impegna nel fare le cose che sono da fare come Bodhisattva: studiare se stesso in ogni cosa che c’è da fare, e questo non è possibile abbandonandosi alla facilità e alla ricerca del comfort. Non dico che non c’è comfort possibile e che dobbiamo cercare la difficoltà. Dico che facilità e difficoltà non esistono per il Bodhisattva, per la persona che desidera camminare sulla Via del Buddha; la dicotomia della facilità e della difficoltà non esiste quando ci si concentra su ciò che richiede di essere fatto in ogni momento. Non è possibile aiutare, salvare tutti gli esseri come espresso nel primo Voto se ci separiamo dal momento presente e da ciò che c’è da fare. Venire al tempio o in un altro Zendo quando c’è zazen: questo è entrare nell’attività del funzionamento, nello spirito che salva tutti gli esseri e il pianeta.

Il Bodhisattva, come insegna il Sutra del Diamante, non crede di esistere come entità e sa profondamente che in fondo non c’è nessuna entità separata, quindi nessuna persona da salvare. “Non c’è inizio e non c’è fine” significa che niente va perduto nell’universo. Ricordare i morti, quindi, è ricordare l’essenza della loro vita e così lasciarsi impregnare dai valori o dagli esempi da non seguire dei defunti, che continuano a ricordare così la via giusta per vivere in accordo con il Buddhadharma.

Rev. Sengyō Van Leuven

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