Kusen 3

 

Quando si inizia la Via dello Zen, quando entra nel tempio, ognuno tra noi aveva o ha un’altra aspettativa, un altro scopo che voleva realizzare, ma infine tutto si riassume nel cercare il bene, cercare di avere una miglior qualità della vita. Però delle volte la postura è dolorosa e ci si chiede quale bene si possa trovare nell’avere il male, il dolore. Male al ginocchio, male alla schiena, alla nuca, ecc… Male nella mente, perché vengono pensieri che non vogliamo vedere, avere, pensare. Nonostante questo lo zazen è sempre volto a migliorare la qualità della vita, non soltanto della propria vita, ma attraverso il miglioramento della qualità della propria vita, migliorare la qualità della vita degli altri. Insomma è tornare alla condizione normale dell’essere umano: un essere completo, un essere che ha risolto lo stato prima che avvenisse la separazione attraverso l’identificazione ai pensieri, ai concetti, ai desideri.

Praticare la Via dello Zen è Kai Jo E: Kai i precetti, Jo la meditazione e E la saggezza. Per studiare i Kai, praticare il Jo e coltivare l’E c’è soltanto una sola porta e è grande, larga, così larga che la maggior parte della gente non la vede, non la trova. Così larga che cominci a pensare che sia troppo stretta, che non può essere quella giusta.
La porta che è lo zazen autentico è veramente realizzare il bene per se stesso e per gli altri; è, in sé, studiare i Kai, sviluppare la meditazione e coltivare la saggezza: i tre vanno sempre insieme.
Quando pratichiamo concentrazione e osservazione in equilibrio si entra automaticamente nella pratica di shikantaza, di sedersi con tutto il proprio essere per realizzare l’essere nella sua totalità.
Sedersi con impegno e sincerità, diciamo con tutto il cuore, abbandonando il corpo-spirito nella pratica, buttarsi di testa nella pratica: tutte espressioni che dimostrano il modo per attraversare quella porta spalancata. Attraversare quella porta è diventare immediatamente un dragone del Dharma: niente cambia, ma tutto è cambiato, perché abbiamo preso contatto con la sorgente del bene nella nostra vita. Non vediamo più niente come prima, perché abbiamo sperimentato la condizione normale della vita prima dell’intervento del pensare, del linguaggio che crea dualismo e quindi separazione, separazione che fa soffrire, che crea il malessere.
Quando si pratica in modo giusto, con un impegno continuo, si entra nella profondità del samadhi della meditazione, del Jo, e la saggezza si coltiva: saggezza di cui abbiamo bisogno per fare delle scelte giuste, scelte con discernimento forte, fine come la lama di una spada. Una scelta in cui non possiamo trovare un giudizio personale!

Non possiamo vedere tutti gli effetti di questa o quella azione, pensiero, parola, del seguire questo modo o quel modo adatto alla situazione, invece si ci può lasciare illuminare dei precetti e andare sempre nella direzione di farsi il bene fondamentalmente. Il bene fondamentale non è il piacere immediato, quest’ultimo crea soltanto più sofferenza, ma il bene per la propria esistenza e di sentire una profonda gratitudine per la scelta verso il bene. Una scelta risvegliata verso la vita vera, non quella finta e superficiale della soddisfazione immediata dei nostri pensieri, desideri, tendenze. Lo zazen è la fonte del discernimento che porta verso il bene nella vita. Fare l’esperienza di un’esistenza caratterizzata da shikantaza, mushotoku e hishiryo è così forte che tutte le esistenze ne sono influenzate. Quindi continuiamo a praticare zazen e influenziamo il bene nell’esistenza di tutti gli esseri, il bene in tutto lo spirito, cioè in tutte le esistenze. Persone, animali, erba, montagne, stelle, fiumi, la terra, tutto esprime la vita e quindi è lo spirito e merita il bene perché l’uno sostiene la vita dell’altro. Senza scelta ci si prende cura della vita di tutto e tutti perché nella vita abbiamo bisogno di tutti e tutto.

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